mercoledì 18 ottobre 2017

Lezione del 17 ottobre 2017


L’assetto della penisola italiana pochi anni dopo la morte di Giustiniano mutò rapidamente, con l’effetto di un ancora più radicale allontanamento dalla romanità classica.
Il territorio italiano cadde, infatti, sotto il controllo di poteri diversi: solo pochi territori rimasero – per lo più solo formalmente- sotto il dominio impero d’Oriente. La Sicilia, ad esempio, pur rimanendo per oltre un secolo il punto più strategico per l’impero bizantino all’interno del mediterraneo, venne gradualmente conquistata dagli arabi.
A Roma, inoltre, il Papa esercitava il proprio potere con una certa dose di ambiguità: rappresentante del potere imperiale a Roma, di fatto gestiva detto potere con indipendenza, traendo la propria autorità dal fatto di essere altresì il “Vescovo dei vescovi”.
Sarà proprio la Chiesa Romana – v. episodio di Gregorio I Magno- che, nel corso dei secoli, rappresenterà una delle istanze più significative di condanna dell’antichità, simbolo di un’epoca “da dimenticare”.
L’allontanamento più radicale dal mondo classico in Italia si ha, tuttavia, con l’avvento dei Longobardi. Rispetto agli altri popoli germanici, quello dei longobardi era, infatti, il popolo che meno aveva subito quel “processo di romanizzazione” a cui erano state sottoposte le tribù che da secoli popolavano le zone di confine dell’Impero. Tale condizione portò la corrente ottocentesca dei Germanisti a considerare il popolo Longobardo il “modello”, per eccellenza, dei popoli germanici, rappresentante del “germanesimo” quale categoria generale di un comune sentire giuridico.
In effetti, la lontananza dalla romanità è ben percepibile nel modo attraverso il quale si andò strutturando il regno longobardo, il quale rispecchiava un tipo di potere del “capo” che non tiene conto del concetto romano di “potere pubblico”, separato da quello privato, concentrandosi, piuttosto, nelle concrete modalità di esercizio di detto potere. La sovranità dei duces, posti a capo di altri gruppi di tribù, infatti, derivava la propria “legittimazione” dalla necessità di tali comunità di assoggettarsi ad un re-condottiero che li guidasse nelle campagne di conquista. Una volta terminate tali campagne i vari gruppi tornavano ad organizzarsi in tanti ducati autosufficienti che non necessitavano, dunque, di una giurisdizione e burocrazia centrali per il governo del popolo, confinando il ruolo del re a quello di mero “garante della pace”.
L’insediamento in Italia, sotto la guida del re Alboino, avvenne rapidamente e in maniera non omogenea: nel 569 travalicarono le Alpi settentrionali cominciando a stanziarsi in tutta la parte appenninica – includendo nella conquista molte città, come Milano, che erano state di notevole importanza per l’Impero- fino a Benevento, nell’Italia meridionale.
 Dopo i primi due re, il regno longobardo subisce un decennio di anarchia durante il quale si inaspriscono i contrasti con gli insediamenti bizantini confinanti. Solo la necessità di mantenimento della pace spingerà i vari gruppi a ricostituire la sovranità regale, trasferendo nel 584 ad Autari, quale nuovo rex, metà dei beni dei duchi dei diversi territori longobardi al fine di conferirgli le forze -economiche- necessarie all’esercizio del potere. Altro esempio questo della concretezza del potere esercitato dai re longobardi: essi derivano la propria autorità dalla concreta capacità di mantenere la pace, ossia, dalla forza.
Poche sono le fonti scritte che testimoniano la vita e le usanze di questo popolo:
- La “Historia Longobardorum” di Paolo Diacono (780);
-Documenti conservati negli archivi delle chiese, per lo più riguardanti donazioni fatte alle chiese stesse;
- una legislazione longobarda, l’Editto di Rotari.
Per quanto attiene alla legislazione essa sopraggiunge molto più tardi rispetto alla strutturazione primitiva del regno: nel 643 Rotari promulga il suo editto, dettato principalmente dalla necessità di ridurre le faide tra gruppi.
La Scuola Storica ha fornito una libera e particolarmente svincolata dal dato storico interpretazione dell’Editto di Rotari quale paradigma del complesso di istituti caratterizzanti l’antico diritto germanico, inteso quale diritto unitario.
In particolare, a differire profondamente dal diritto romano sarebbe, secondo i germanisti, l’idea di legge emergente dall’Editto: la legge germanica non sarebbe, infatti, stata, come a Roma, l’imposizione dell’imperatore-legislatore ed espressione scritta della sua volontà, ma un accordo tra il sovrano ed il popolo e dunque espressione diretta del Volksgeist.
In tale prospettiva, dunque, l’intero Editto altro non sarebbe che la “raccolta” da parte del re delle antiche consuetudini germaniche, presentate al popolo per farle approvare, in ossequio a quell’idea di collegialità e condivisione del potere che la scuola germanistica ha voluto vedere nella strutturazione del popolo longobardo.
È questa l’interpretazione romantica-ottocentesca della cerimonia, denominata Gairethinx, attraverso la quale l’Editto di Rotari venne promulgato: una cerimonia mediante la quale il popolo in armi riunito in assemblea (thinx) approvava la legge battendo le lance (gaire) sugli scudi.
Tale teoria è stata confutata mediante argomenti sottili e, talvolta, filologici.
1. Contesto storico nel quale l’Editto viene promulgato. Nel 643, infatti, Rotari stava cominciando una nuova conquista dei territori della Ludigiana: necessitava dunque del consenso di quella parte dei soldati, gli Arimanni, che rappresentava la forza principale dell’esercito.
Per garantirsi una tale coesione di forze accolse le richieste di tali gruppi militari che, logorati dalle esose richieste, da parte dei nobili più potenti, di riparazione pecuniaria alle offese ricevute, cercavano nell’Editto un contenimento e una fissazione dei criteri per la riparazione pecuniaria al fine di calmierare, una volta per tutte, le pretese di chi richiedeva grandi compensi per evitare la faida.
Ciò pare confermato dal fatto che il testo della promulgazione si rivolge in via quasi esclusiva agli Arimanni.
2. Contenuto dell’Editto. In effetti, a ben guardare, la prima metà del testo normativo è un “tariffario” di prezzi corrispondenti alle varie offese che il singolo avrebbe dovuto pagare per non incorrere nella faida. Lungi dall’essere una consuetudine, tale metodo rappresenta, tuttavia, una soluzione contingente a problemi concreti.
3. Problema della Gairethinx. L’interpretazione storica della “cerimonia delle lance” viene criticata da cortese con argomenti di tipo filologico. Egli nota come la parola thinx sia la stessa utilizzata per indicare i riti della mancipatio e dell’emancipatio degli schiavi. D’altro canto, le scienze etimologiche hanno sottolineato come la radice della parola sia la stessa che in altre lingue indicherebbe la “cosa” (thing, eng. e ding, de. ). Thinx, allora, null’altro sarebbe che un negozio formale utilizzato per trasferire cose di grande valore. L’editto stesso allora non fu un accordo tra il re ed il suo popolo ma un dono che egli concesse a quest’ultimo.
Per quanto attiene alla seconda parte dell’Editto, essa contiene norme in materia di contratti e atti negoziali, diritto di famiglia, diritto penale, ordalie e accertamento della verità.
Degna di nota è la caratteristica principale comune a tutti i contratti e atti negoziali orientati tutti nel medesimo senso di rispondere alle esigenze di certezza dei rapporti giuridici e dunque qualificati da un forte formalismo “rituale”, segno esteriore della reale volontà delle parti.
V’è chi ha visto in tale formalismo una caratteristica del diritto germanico – v. teoria germanista dell’apparenza del diritto. In realtà si tratta di una trasposizione, in ambito laico, di usanze derivanti dal mondo ecclesiastico il quale molto spesso, ricorreva al rito formale e pubblico per garantire la certezza di quanto avvenuto.
Anche il processo ordalico, nonostante le critiche da parte del clero stesso, denuncia un forte condizionamento religioso: i principi del processo romano classico svaniscono di fronte ad una società in cui la presenza di Dio è avvertita come costante. Non ha più senso, in questa visione, mettere a confronto ed a contrasto due parti ma si affida l’intero processo decisionale alla volontà di Dio che si crede manifestarsi con segni esteriori.
In generale il processo longobardo è caratterizzato dalla “stilizzazione” della faida: lo scontro tra famiglie viene semplificato nel duello o affidato al giuramento delle parti e dei loro testimoni– v coniuratores: vince la controversia chi ha il maggior numero di testimoni pronti a giurare.
In tale contesto il giudice assume una funzione totalmente diversa dal magistrato romano: mero arbitro addetto al controllo del rispetto delle regole del gioco ordalico.

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martedì 17 ottobre 2017

Il calendario delle domande

Le domande che permetteranno di escludere alcune parti del programma dall'esame orale finale saranno rese pubbliche su questo blog alle ore 15:00 dei seguenti venerdì:

20 ottobre
3 novembre
17 novembre
1 dicembre
15 dicembre

Volta per volta si darà indicazione delle parti di programma esonerate con le risposte sufficienti alle domande.

Lezione del 16 ottobre 2017

Vedi anche lezione 11 ottobre 2016 con video

Con l’avvento di Giustiniano si assiste ad un’altra grande trasformazione delle fonti del diritto romano classico, culmine delle due, solo in apparenza confliggenti, tendenze alla semplificazione delle strutture societarie e giuridiche descritte nelle lezioni precedenti.
Salito al trono d’Oriente nel 527, Giustiniano si prefisse lo scopo di rinnovare l’impero mediante un triplice intervento, i cui effetti immediati si rivelarono, tuttavia, fallaci o effimeri a causa della sproporzione di tale programma rispetto ai mezzi a disposizione dell’imperatore, la cui personalità e le cui opere si collocano in una posizione di controtendenza, quasi di anacronismo.
1.Riconquista dei territori dell’impero in Occidente.
Con una serie di campagne militari Giustiniano riuscì riconquistare le terre -Africa del nord e penisola italiana - sottrattegli dai Vandali e dagli Ostrogoti di Teoderico. In Italia, in particolare, a seguito della riconquista, venne promulgata “su richiesta di papa Virgilio” la compilazione giustinianea la cui pubblicazione sicuramente contribuì alla conservazione dei manoscritti dell’epoca – v. Pandette Fiorentine. La reale applicazione del diritto giustinianeo, tuttavia, restò di fatto nulla in una società così semplificata come era quella italiana del VI secolo.
2.Pacificazione della Chiesa, nell’ottica di rafforzare il potere temporale attraverso l’unitarietà del credo e della divinità. La gerarchia piramidale religiosa riflette la complessità del mondo imperiale, con le sue magistrature facenti capo all’imperatore. Entrambe le strutture contribuiscono alla coesione delle comunità locali. Anche la politica religiosa di Giustiniano risultò, tuttavia, un grande fallimento: l’unità di credo non fu mai raggiunta, ed anzi varie eresie continuarono a confrontarsi anche dopo la morte di Giustiniano.
3. Risistemazione delle fonti del diritto e intervento nella formazione dei giuristi:
  • Giustiniano, appena salito al trono, ordina ad una commissione imperiale presieduta dal giurista Triboniano la compilazione di un Codex (529 che, sul modello di quello Teodosiano, contenesse tutte le leggi fino ad allora vigenti. La particolarità di questo lavoro risiede nel fatto che non si tratta di una compilazione mera ma di una vera e propria ri-promulgazione che intervenne sulle norme che lo esigevano rimaneggiandole e riadattandole.
  • La risoluzione di tutti gli eventi, trattati o nuovi che siano, deve trovare la propria disciplina all’interno del Codice che dunque assurge a canone di completezza di tutte le fonti vigenti. La parte più significativa di tali fonti è costituita dai rescripta, risposte dell’imperatore ai casi concreti prospettatigli, la cui soluzione era tuttavia suscettibile di applicazione analogica “a tutti i casi simili”, grazie alla spiegazione della regola generale sottesa alla risposta.
  • I lavori della commissione continuarono dando alla luce, nel 533 il Digesto, un’opera antologica divisa in 50 libri, contenente frammenti tratti dalle opere dei giureconsulti classici, riordinati sistematicamente, secondo la materia. Questo tipo di fonte fornisce il tessuto logico che tiene insieme l’apparato normativo. Permane virtualmente il paradigma leges- jura, tuttavia, il Digesto, grazie alla promulgazione, ha lo stesso valore normativo dei testi del Codex.
  • Contemporaneamente al Digesto, la commissione imperiale lavora ad un altro progetto, le Institutiones, un libro di testo per gli studenti di diritto esemplato sul modello di Gaio. Esse contengono una serie di elementi classici non più utilizzati al tempo di Giustiniano ma che sono in grado di fornire le linee guida per la comprensione di tutto il sistema.
  • Nel 534, a causa dell’ingente produzione legislativa successiva alla prima pubblicazione del Codice, ne viene pubblicata una seconda edizione denominata Codex repetitae praelectionis contenente una seconda dichiarazione di completezza. Il nuovo codice, per l’imperatore, dovrebbe essere un testo completo atto a regolare tutte le fattispecie concrete. Al tempo stesso, però, Giustiniano si dice consapevole che la natura è in eterno mutamento e che potrebbero riscontrarsi fattispecie mai disciplinate prima. La loro risoluzione, tuttavia, non potrà più essere demandata ad un procedimento logico di analogia iuris ma sarà lo stesso imperatore, lex animata in terris, a dover intervenire per disciplinare anche queste ultime.
  • La raccolta di Novellae, pertanto, racchiude tutte le leggi promulgate da Giustiniano dopo la seconda pubblicazione del Codex. È un libro aperto destinato a contenere tutta la nuova produzione legislativa, la quale, tuttavia, molto spesso non disciplina fatti realmente nuovi ma si limita a rimaneggiare istituti preesistenti.
La prima reazione al Corpus Juris Civilis fu, però, negativa. La diffusione e l’applicazione dell’enorme complesso normativo furono difficili e, di fatto, fallaci. Le citazioni del Codex e del Digesto di epoca immediatamente successiva sono scarse, pressoché nulle. Più fortuna ebbero le Novelle giacché la più gran parte di esse contiene norme sulla disciplina e l’organizzazione delle chiese e, dunque, meglio si prestò alla copiatura da parte degli enti ecclesiastici. Esse vennero addirittura semplificate e riassunte nella nota Epitome Iuliani e tradotte – parola per parola- in latino prendendo il nome di Authenticum.
In quest’epoca, inoltre, si assiste ancor più da vicino a quel fenomeno di volgarizzazione sostanziale per cui i principi del diritto romano classico divennero sempre più distinti da quelli del diritto di fatto praticato.
A cura di Chiara Casuccio


giovedì 12 ottobre 2017

Lezione del 10 ottobre

Lezione 10.10.2017

Come si è già avuto modo di dire, il momento di inizio del medioevo è stato oggetto di svariate dispute storiografiche dal momento che le trasformazioni storico-sociali sono sempre graduali e mai del tutto chiare ai contemporanei. Parlando della doppia legislazione romano-barbarica abbiamo introdotto il tema della semplificazione delle fonti da intendersi come riduzione della complessità del diritto romano che la storiografia ha classificato come fenomeno di volgarizzazione del diritto romano. Tale processo non comporta un venir meno dell’autorità dell’impero, del diritto o della cultura romana dal momento che i Regna continuano ad evocare la romanità come l’ambiente ideale del fenomeno giuridico. Il diritto dell’Impero si trasforma in un presupposto ideale più che in una realtà istituzionale. Questa trasformazione è parte di un grande fenomeno di volgarizzazione che si manifesta in diversi modi tra i quali, per l’appunto, la semplificazione dei testi giuridici che comporta la creazione di antologie normative (scelta di norme antiche con semplificazione quantitativa e qualitativa delle norme di diritto romano). Si è parlato di tale fenomeno nel trattare della Lex Romana Wisigothorum ma ciò vale anche, ad esempio, per la Lex Romana Burgundionum (Francia centro-occidentale) che opera un taglio ancor più netto rispetto alla legge visigota.
La tendenza generale verso un mutamento che induce l’Europa a voltare pagina rispetto agli ideali del mondo antico è se possibile ancora più evidente in Italia, dove si verificano gli avvenimenti che conducono alla caduta dell’impero romano d’Occidente del 476 con la deposizione di Romolo Augustolo. Dopo la deposizione si assiste all’insediamento di Teoderico, re degli Ostrogoti, inviato dall’imperatore d’Oriente Zenone per sbarazzarsi di Odoacre. Egli amministra il regno con moderazione consentendo all’Italia di vivere un periodo di relativa tranquillità. Nel frattempo, in oriente, Giustiniano era salito al trono con un programma di rifondazione e rinnovamento dell’impero tanto con la legge quanto con le armi. Se il progetto normativo avrà grande successo, stesso discorso non può essere fatto per quanto attiene al progetto militare. Le guerre di riconquista volute da Giustiniano durarono trent’anni e furono una rovina anche economica per la penisola italiana. Inoltre la riconquista fu breve perché nel 569 una nuova popolazione barbarica, i longobardi, conquistarono gran parte della penisola, che da quel momento non fece più parte dell’impero.
Sul piano del diritto vi è un documento promulgato da Teoderico che mostra un intervento normativo sul modello della Lex Wisigothorum. (norme contingenti)
L’Editto di Teoderico (del quale abbiamo notizie da Boezio) è arrivato a noi in modo avventuroso. Infatti non se n’è avuto il testo sino al 1579, anno in cui Pierre Pithou, un umanista francese, pubblicò a stampa un volume nel quale inserì l’editto. Pithou afferma di averlo trovato in due diversi manoscritti che, però, non avrebbe conservato (cosa molto strana vista la copiosa collezione libraria dell’umanista). Per tale ragione l’autenticità del testo èdito è stata messa in discussione dalla storiografia giuridica anche perché una fonte  storica racconta di un incontro avvenuto tra i legati di Teodorico e Belisario (generale di Zenone) nel quale gli ambasciatori avrebbero affermato che il re Ostrogoto amministrava l’Italia per conto dell’imperatore e, a conferma di ciò, non avrebbe mai promulgato leggi. Questa testimonianza ha rafforzato i dubbi intorno all’editto èdito da Pithou. La chiave di questa insanabile contraddizione starebbe, però, nell’uso della parola edictum che tecnicamente non era una lex (fonte imperiale per eccellenza) bensì un testo normativo promulgato nelle province dai magistrati provinciali per diffondere il dettato delle norme imperiali. Si comprende, quindi, che secondo la mentalità di questi Regna la norma del sovrano non vuole introdurre nuovi principi ma vuole adattare l’ordinamento romano alla situazione contingente. Anche il caso dell’editto di Teodorico si inserisce, dunque, nel processo di volgarizzazione di cui stiamo trattando. 
Sino a questo momento ci siamo concentrati sul lavoro di armonizzazione posto in essere dalle legislazioni romano barbariche, ma vi è un altro aspetto interessante da analizzare poiché tali legislazioni introducono negli ordinamenti alcuni istituti giuridici che si pongono in netto contrasto rispetto ai principi di diritto romano. Questo fenomeno di discontinuità è un altro aspetto del fenomeno di volgarizzazione.
Difatti una buona parte delle norme contenute in questi apparati attengono alle forme alternative al processo nella risoluzione dei conflitti criminali. I principali modi sono:
1.                 la composizione del crimine ossia una forma di risoluzione dei conflitti criminali  che consiste nel pagamento di un prezzo in favore della vittima o della sua famiglia (specialmente nel diritto longobardo) al fine di evitare la faida e la conseguente infinita serie di vendette. Tale iter viene gestito dall’autorità pubblica ed è in grado di estinguere un’obbligazione da delitto. Questo metodo evidenzia una concezione del crimine come una questione di diritto privato.
2.                le ordalie che erano delle prove imposte all’accusato al fine di sottoporlo al giudizio di Dio. Tale metodo è presente, per esempio, nell’ordinamento franco che a partire da Clodoveo è cristiano. L’ordalia più nota è il duello che consiste in una forma ritualizzata della guerra. Parlando di ordalie non si può non tenere a mente l’elemento divino che processualmente funge da testimone.
Per spiegare tale fenomeno sono state elaborate diverse interpretazioni storiografiche:
1.     Per i germanisti questi metodi alternativi al processo romano sarebbero manifestazione del diritto dei popoli germanica. Tale lettura è, però, frutto di una visione politica tipica dell’Ottocento che ricercava un patrimonio giuridico comune a tali popolazioni.
2.     Un’altra lettura adotta un metodo antropologico e vede questi istituti come prodotto dell’indebolimento del potere centrale a vantaggio dei clan e delle famiglie più potenti.
3.     La terza teoria mette in risalto l’elemento religioso nella formazione del sistema delle ordalie. Questi sistemi di risoluzione dei conflitti sarebbero manifestazione della convinzione secondo cui le comunità cristiane erano pervase dall’elemento divino. Tale lettura è però messa a dura prova dalla posizione che la Chiesa che, a partire dall’XI secolo, inizierà ad osteggiare le ordalie e nel 1215 le vieterà del tutto.
Ciò che interessa è, però, che il processo di volgarizzazione del diritto porta ad un netto allontanamento anche dal modello processuale romano.
Un altro esempio di volgarizzazione del diritto è, per esempio, il patrocinium che viene più volte vietato dall’editto di Teoderico. Il patrocinium era una pratica nata nel tardo antico tramite la quale i soggetti più deboli e poveri, al fine di aggirare il pagamento delle tasse cui sarebbero stati sottoposti, cedevano le loro terre ai più potenti che gliele ri-concedevano verso il pagamento di un canone basso. Il fatto che l’editto vieti tale pratica è indice di un grande ricorso a tale assoggettamento. Ennio Cortese al riguardo parla del nascere di rapporti pre-feudali nei quali si assiste al venir meno della netta distinzione tra autorità pubblica ed autonomia dei privati.

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A questo fenomeno si contrappone una tendenza posta in essere dagli imperatori romani i quali, già prima di Giustiniano, avevano iniziato a realizzare delle grandi compilazioni di diritto romano. Tra il 429 ed il 439 viene promulgato il codice dell’imperatore Teodosio II che tenta di salvare alcuni principi che erano fortemente in crisi. L’imperatore nell’introduzione al suo Codex espone un principio fondamentale, che sarà ripreso da Giustiniano, secondo cui le costituzioni non debbono essere selezionate da chi le deve utilizzare ma devono essere date dallo stesso imperatore romano. Tale principio introduce l’idea di autenticità ai fini della vigenza di una legge e si pone in totale contrapposizione rispetto al fenomeno di volgarizzazione.
A cura di Marta Cerrito

martedì 10 ottobre 2017

Domanda di prova

Provate a rispondere a questa domanda per esercitarvi. Potrete discutere della vostra prova con Marta Cerrito e Chiara Casuccio domani nell'ora della lezione.
Dovete inviare la risposta all'indirizzo storiadiritto.conte@uniroma3.it entro le 14,30. Poiché alle 14,30 il sistema sarà sovraccarico, meglio anticipare di qualche minuto.
La risposta non deve superare i 1700 caratteri (cioè circa 20 righe).
È severamente vietato copiare. Potete leggere tutto, ma non copiare le parole che leggete: né da libri né da siti internet.

Ecco la domanda:
Cosa è l'episcopalis audientia e come si inserisce nella politica religiosa di Costantino?

Come funziona il sistema delle domande che esonerano parti del programma

Ecco le risposte alle domande più frequenti. Comunicherò poi il calendario dei giorni e delle ore nei quali compariranno le domande.
Quante domande verranno fatte? Le domande-esonero sono cinque e saranno distribuite in maniera uniforme nelle diverse settimane di lezione, così da coprire una buona percentuale del programma del corso.
Devo rispondere necessariamente a tutte le domande per poter esonerare parte del programma?
No. Ad ogni domanda alla quale si risponde sufficientemente (almeno 18) corrisponde una parte del programma esonerato. Se uno studente risponde a cinque domande esonererà le rispettive parti, se risponderà solo a tre o a due o a una stesso discorso.
Le valutazioni influiranno sul voto finale? 
Certamente. La media delle valutazioni degli scritti costituisce il voto di partenza all’orale. E’ ovvio che un voto formatosi su cinque valutazioni avrà una rilevanza maggiore rispetto alla valutazione relativa ad una sola risposta.
Gli esoneri valgono solo per il semestre invernale? 
No. Gli esoneri valgono per l’intero anno accademico per cui dalla sessione di Gennaio 2018 fino a quella di Settembre 2018.
Posso sostenere gli esoneri anche se non ho verbalizzato storia del diritto privato romano? 
E’ possibile sostenere gli esoneri ma non l’esame finale vista la propedeuticità delle materie.
Secondo quali modalità avranno luogo gli esoneri? 
Ogni domanda verrà postata sul blog all’orario precedentemente comunicato. Da quel momento avete 30 minuti di tempo per rispondere alla domanda da inviare all’indirizzo storiadiritto.conte@uniroma3.it. La lunghezza massima della risposta è di 20 righe che corrispondono a 1700 caratteri. Per rispondere alle domande sarà possibile consultare tutte le fonti che riterrete idonee: libri, appunti, siti internet, voci enciclopediche etc… ma, ovviamente, non è possibile copiare da queste fonti perché è necessario un vostro contributo di sintesi e rielaborazione di ciò che avete letto ed ascoltato a lezione.

lunedì 9 ottobre 2017

Lezione del 9 ottobre 2017

Il progressivo consolidamento del potere ecclesiastico costituisce uno degli elementi più innovativi che caratterizzano il passaggio dal mondo antico a quello medioevale. Indiscusso protagonista di tale momento è, infatti, il cristianesimo che introduce nel mondo occidentale alcuni importanti cambiamenti. Per esempio a seguito del concilio di Nicea viene introdotto un nuovo concetto di cittadinanza. La cittadinanza secondo il modello romano era da intendersi come origo e dunque frutto di una caratteristica esteriore. La cittadinanza di matrice cristiana era, invece,  determinata da una serie di elementi interiori: la comune fede nelle rivelazione descritta nel credo. Viene, quindi, introdotto il concetto di identità e, di conseguenza, far parte della Chiesa diviene fondamentale anche per la convivenza laica. Dal momento che il concetto stesso di popolo cambia in maniera radicale ed il vescovo ha un forte potere di includere ed escludere dalla comunità.
Sul piano giuridico di primaria importanza è il fatto che il Papa inizi a divulgare alcune direttive attraverso le quali risolve delle controversie sottopostegli dai singoli vescovi chiamati a giudicare. Tale meccanismo di risoluzione casistica si realizzava tramite linvio delle Litterae decretales o Decreta (termine che deriva dalla legislazione imperiale) contenenti la risoluzione pratica della fattispecie in esame e i principi generali a suo fondamento. Come già accaduto in àmbito laico, tali lettere iniziano ad essere conservate e successivamente raccolte assieme ad altre tipologie di testi normativi come i canoni (deliberazioni dei Concili). Queste prime compilazioni sono fondamentali per la diffusione della normativa vigente e dunque già nel IV e poi ancor di più nel V secolo si assiste alla nascita dei primi codici (nel senso di raccolte di diritto della Chiesa). Levoluzione dei rapporti tra diritto laico ed ecclesiastico ha inizio con la nascita di queste raccolte normative le quali aggiungono elementi ulteriori al già complesso rapporto tra Chiesa ed Impero. A tal proposito importante è il principio gelasiano enunciato da papa Gelasio (492-496) che, in una delle lettere scritte allimperatore, afferma come il mondo sarebbe retto da due distinte dignità: una è lauctoritas (da intendersi come potere di creare) dei pontefici e laltra è la potestas  (un potere creato) dellimperatore. In tale dualismo traspare già una certa gradazione delle due dignità e si evince una visione teologica del potere e dellordinamento pubblico.
Un altro fondamentale punto di rottura con lantichità è rappresentato dalla nascita dei regni romano-barbarici frutto delle cc.dd. invasioni barbariche. I barbari appartenevano a popoli prevalentemente nomadi e guerrieri. I primi rapporti tra questi barbari e la cultura romana si verifica a seguito dellarruolamento dei barbari nellesercito romano in quanto milites foederati (da foedus che significa patto). La situazione di forte crisi dellimpero impediva, però, spesso allImpero di onorare i patti e questo comportava un certo malcontento tra le popolazioni barbare. Per tale ragione dopo aver a lungo militato sotto le bandiere romane alcuni di questi popoli iniziarono a rivolgersi contro lo stesso impero (v. 410 sacco di Roma) ed a fondare a loro volta, dei regni.
La convivenza di queste due culture ha prodotto risultati rilevanti anche sul piano giuridico in senso stretto. Dal punto di vista legislativo, infatti, i Regna sono caratterizzati dalla contemporanea vigenza di una doppia legislazione. Nel regno Visigoto erano, difatti, in vigore due apparati normativi: la Lex Romana Wisigothorum (LRW) e la Lex Wisigothorum (LW). La prima conteneva unantologia di leges (Codice Teodosiano, Novellae, Codice Gregoriano) e di iura (Istituzioni di Gaio, Pauli Sententiae, Responsa di Papiniano), mentre la LW conteneva una serie di disposizioni promulgate dai sovrani visigoti finalizzate, principalmente, alla risoluzione di controversie riguardanti soggetti di diverse etnie.
La storiografia giuridica per dare una spiegazione a questa doppia legislazione ha fatto ricorso al principio di personalità del diritto secondo cui lappartenenza etnica determinerebbe la scelta del diritto da applicare. Pertanto nel caso in cui le parti fossero appartenute ad etnie differenti (visigota e romana in questo caso) si sarebbe applicato il diritto della parte debole del negozio.
Questa interpretazione è figlia dellideologia ottocentesca la quale esaltava le antiche consuetudini germaniche contenute, secondo tale lettura, nella LW come testimonianza di un diritto germanico comune, contrapposto a quello romano.

Tale lettura è, però, smentita se si tiene conto del contenuto delle due fonti dal momento che la LW non contiene le antiche consuetudini dei popoli germanici ma al contrario contiene norme speciali mentre la LRW norme aventi di carattere di principi generali essenziali per la regolazione delle fattispecie non regolate. Per tale ragione il rapporto tra le due legislazioni non non può che essere di genere-a-specie e, dunque, il quadro normativo  di riferimento resta quello romano.
A cura di Marta Cerrito