martedì 3 maggio 2011

Decretali Pseudo-isidoriane

Cari Studenti,

di seguito trovate i links ai testi che abbiamo consultato nel corso del seminario di oggi:

http://www.pseudoisidor.mgh.de/index.HTM
Qui potete trovare la praefatio alle Decretali Pseudo-isidoriane

http://www.ceec.uni-koeln.de/
Qui potete trovare il manoscritto delle Decretali Pseudo-isidoriane: Cologne, Dombibl. 113

Il Dictatus papae lo trovate nel post precedente

Se volete proseguire nella lettura della praefatio aspetto di ricevere le vostre osservazioni!

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Beh, leggendo la praefactio delle "Decretali Pseudo-isidoriane" notiamo dalle primissime righe che l'autore-falsificatore afferma il suo intento: "uno in volumine redigere et de multis unum facere", cioè attingere ai tanti testi esistenti, per crearne uno solo a cui poter fare riferimento. Facendo credere quasi al lettore di volere
evitare incertezza sul diritto, e sulle situazioni, e, anzi, a volere fare chiarezza definitivamente.La presenza di molteplici testi viene ribadita poco dopo ("tot exemplara sunt quot codices"). Allora sarebbe spontaneo interrogarsi sull'affidabilità di questo testo che si sta per creare, in quanto esso apparirebbe frutto di un "mix" di tanti codices. Ma Isidoro Mercatore prontamente sembra eliminare i dubbi, ancor prima che sorgano nel lettore, dicendo che "unitas et veritas ab ipsis quaerenda est". Quest'ultima affermazione mi sembra come una sorta di "tranquillizzazione" sul metodo seguito per la compilazione dell'opera, che sembra così frutto di un'attenta analisi e "comparazione" di vari testi. Tiziana Dell'Unto

Anonimo ha detto...

Inoltre, volendo fare una considerazione generale sulle Decretali, possiamo dire certamente che si è trattato di un'opera il cui scopo era ampliare e sostenere la figura dell'autorità papale. Al di là dei giudizi personali che potrebbero farsi sull'operato ecclesistico, credo che le Decretali siano segno della necessità di un approccio verso i testi metodologico, nonchè filologico. Infatti colpiscono principalmente due fattori di questa vicenda: il continuo lavoro della storiografia sul testo per determinare l'autenticità o meno dell'opera a partire dal XV secolo; e colpisce che si è dovuto attedere solo il 1789, anno in cui Pio VI ha ammesso ufficialmente di riconoscere le Decretali come opera falsa. Tiziana Dell'Unto.

Anonimo ha detto...

L’introduzione delle false decretali comincia con una affermazione importante da parte dell’autore, che si fa chiamare Isidoro mercator, da non confondere però con l’omonimo Isidoro di Siviglia.
L’autorore spiega infatti che gli è stato chiesto di redigere un opera e riunire tutti i canoni in uno solo; che lo infastidisce la pluralità e la discordanza delle sentenze e delle interpretazioni.
Viene elogiato l’operato dei concili, che riescono a portare all’unità di pensiero più persone.
Andando avanti con la lettura ho notato che molto spesso si fa riferimento all’autorità. Autorità degli apostoli di cui sono fatti alcuni nomi, l’autorità dei concili facendo riferimento anche al concilio di Nicea.
Partendo da questo spunto mi sembra interessante il fatto che viene spesso richiamata anche nel testo quell’autorità, senza la quale il documento non avrebbe avuto fortuna.
Sappiamo infatti che nel IX secolo era sicuramente più importante l’autorità di un testo rispetto alla sua autenticità, o meglio che l’ autenticità di questo derivava proprio dal grado di autorità che gli veniva conferito.
Il richiamo a papi, apostoli e concili lontani nel tempo, l’autore si spinge indietro fino al I secolo, conferisce alle Decretali Pseudo-Isidoriane proprio quella forza di cui hanno bisogno.
Sicuramente, però, questo testo ha avuto fortuna perche era un documento necessario per la Chiesa nel IX secolo, anche per i “fallimenti” dei capitularia ecclesiastica a causa dell’opposizione dei nobili che già nella dieta di Compiegne nel 823, riuscirono ad impedire la promulgazione di un editto che prevedeva la restituzione di beni detenuti da nobili alle chiese.
Mi chiedo, però, che relazione ci sia tra gli elementi utilità e autorità. Cioè io credo che prevalga comunque il fatto che il testo era necessario per gli interessi della Chiesa e che si sarebbe comunque affermato anche se ci fossero stati meno richiami “autorevoli” , che ripeto, ho trovato anche nella prefazione.
Cioè l’autorità aiuta moltissimo ma ci si credeva perché ci si voleva credere, perche era più facile e soprattutto più utile. Penso anche alla Donazione di Costantino, contenuta proprio nelle false decretali che veniva utilizzata anche se si poteva immaginare che fosse un falso.
Se è cosi, e la prego di corregermi se ho sbagliato, questo atteggiamento se possiamo dire “passivo” rispetto a ciò che ci viene detto, rispetto a ciò che sappiamo e a ciò che crediamo, si ritrova sempre nella storia e, senza voler sembrare pessimista, lo rivedo anche un po’ oggi. (ovviamente con le dovute differenze!)

Anonimo ha detto...

Ho dimenticato di firmarmi nel commento precedente! sono GIULIA CARINI

Anonimo ha detto...

L'interpretazione in chiave medievale del dualismo gelasiano riduce i due poteri, Stato e Chiesa, all'unità.Il civis non può che riconoscersi nella dimensione di civis-fidelis,il sistema delle fonti del diritto, e in particolare i capitularia ecclesiastica, rendono visibile la funzione di garante ab intra che lo Stato svolge nei confronti della Chiesa. Una tale ingerenza non solo istituzionale ma anche legata alla fede (liturgia, educazione elementare del clero) è accettata dalla Chiesa che, a fronte di questo peculiare rapporto, si universalizza e si emancipa dai particolari sistemi di potere territoriale. Del resto la norma giuridica nel diritto canonico è costituita da due elementi contestuali: l'auctoritas, che viene acquisita dalla "forma della forza" (il comando imperiale),e dalla veritas, il contenuto di giustizia delle disposizioni. I capitularia ecclesiastica, in una loro parte sono dunque il frutto della sinergia tra Imperatore latore di auctoritas e dei concili, che ne stabiliscono il contuto di verità. Questo sistema, fiorente tra Carlo Magno e Ludovico il Pio, trova una profonda crisi a partire dall'emergere dei particolarisimi locali (dieta di Campeigne). La Chiesa, che non può più sostenere la propria universalità se privata della forza laica in funzione di garante, reagisce con il fenomeno della falsificazione, che nel IX secolo fu dilagante in Francia.
La falsificazione è attuata in diverse forme: il falso nome biblico Levita nasconde un ecclesiastico tutto teso a continuare la raccolta dei capitualaria ecclesiastica di Ansegiso; la celebre raccolta di diritto canonico Hispana, che aveva avuto fortuna nella forma locale dell'Hispana Gallica viene falsificata con l'Hispana Augustodunensis. La più orignale forma di falsificazione è però quella delle Decretali Pseudo-Isidoriane tanto da essere la più famosa produzione normativa dell'età carolingia. Si tratta di un mosaico di testi, sia sacri che laici, a cui vengono attribuiti nomi di antiche autorità canoniche. La forza di questa produzione è dunque quella di attribuire forza di legge a testi letterari originali, ma resi autorevoli dauna falsa paternità ecclesiastica (si pensi all'attribuzione di alcune dispozioni a papi che precedettero Siricio, il primo papa citato nell'Hispana).
L'obiettivo delle decretali è riformistico: viene espresso il principio di autonomia dei vescovi e della supremazia gerarchica del papa rispetto a un sistema feudale che ne aveva corroso la morale e la libertà. Il successo delle Decretali si deve alla Riforma gregoriana: la volontà del pontefice come fonte del diritto determina un ritorno all'autenticità, al progressivo riaffiancarsi del binomio diritto-testo ma che tuttavia si anima nel rispetto di esigenze politico economiche contingenti. Le decretali Pseudo-Isidoriane sono una fonte che contiene gli elementi dogmtici e istituzionali per affermare l'autonomia della Chiesa e supportare solidamente la parabola della teocrazia.
L'attività di falsificazione è giustificata non solo dalla concezione della norma nel diritto canonico ma anche dalla necessità pratica che la chiesa ha nel IX secolo di garantirsi autonomia. Non si tratta dunque di un falso volto al raggiro (mendacium) ma di un'attività politica e istitutizionale seria.
Le decretli ebbero tanto successo da proporre istituiti giuridici che oggi sono alla base di soluzioni del diritto canonico e civile, si pensi all'azione di spoglio.

Anonimo ha detto...

Traduzione del proemio.
Isidoro Mercator servo di Cristo, al lettore Suo servo e alla sua stirpe invoca la salvezza nella fede del signore.
Sono costretto sia dai molti ecclesiastici sia dagli altri servi di Dio a raccogliere i contenuti dei canoni e redigerli in un solo volume; a partire dalla complessità,ridurli all'unità.Ma questo mi turba molto perchè le diverse interpretazioni rendono mutevoli i contenuti mentre è necessario che il senso sia uno solo, i contenuti sono diversi,alcuni più lunghi altri più brevi. In verità ho scoperto che questi concili sono stati diffusi in lingua greca, sono stati interpretati in più di tre o quattro modi. Se la verità dovesse essere considerata a partire dalla molteplicità allora seguirei la lingua greca e imiterei le loro parole, i loro modelli; al contrario direbbero ed esponerebbero a sè stessi se tanti sono i modelli quanti i codici.Tanto mi sembra, benchè i modelli dei greci siano in disaccordo con il mio ragionamento, che debba essere richiesta dagli stessi l'unità e la verità di cui non sono stati informati nella lingua in cui sono stati pubbicati. Ho fatto questo e ho così scoperto dal vero dei loro maestri, in un volume a cui è stata preporsta questa piccola prefazione che ho avuto cura di inserire.
Il canone viene pronunciato con una norma in greco, in latino. D'altra parte, la norma che è stata pronunciata, in quanto conduce rettamente, non trascina mai verso un altro luogo. Altri ritennero che la norma è stata pronunciata o perchè guida o perchè fornisce le regole del vivere rettamente, piuttosto che (del vivere) in maniera non retta e malvagia, cosa che corregge.
La sinodo dicono che debba essere tradotta dal greco come " comitato", "adunanza". In verità, la parola "concilio" dicono che sia stata tradotta dalla comune intenzione di quelli che direzionano in un solo sguardo le menti di tutti. Infatti le palpebre sono una parte degli occhi. Perciò, se non sono d'accordo, non vanno al concilio perchè non pensano la stessa cosa. L'adunanza è una riunione o una congregazione per trovarsi insieme, cioè, una convergenza all'unità, da ciò è stata chiamata riunione poichè lì tutti si incontrano e come la riunione, così l'adunanza, il concilio: da un' unione di molti, all'unità.
Nell'inizio di questo volume, indipendentemente da come il concilio sia stato realizzato presso di noi, ho disposto che, se vorranno seguire il mio ordine, sappiano in che modo debbano trattarlo.

Anonimo ha detto...

La prima osservazione che il testo ci propone è quella che lo Pseudo-Isidoro abbia collezionato questa raccolta in coerenza con l'attività legislativa volgare che caratterizza dell'Alto Medioevo: l'ottica dell'utilizzatore. Si tratta infatti un testo normativo flessibile, la cui giuridicità delle disposizioni è decisa da una sola persona che ha scelto tra una molteplicità di fonti ( "de multis unum facere").è presente il richiamo alla definizione della norma canonica come costituita di auctoritas e di veritas ( "Nobis tamen videtur ...").Lo pseudo Isidoro è un legislatore che si pone in un coinvogente dialogo con il lettore: l'uso della parola " praefatiuncula" abbassa il tono solenne della raccolta, esprime una modestia che da una parte è un tòpos letterario classico, dall'altra è espressivo die valori evangelici di cui lo Pseudo Isidoro si sente portatore.
Si avverte con insistenza la necessità di semplificare una realtà molteplice: l'excursus linguistico che tratta la traduzione della parola sinodo rende visibile quest'esigenza di unità, l'unico valore che conduce alla verità. Su questo fronte è interessante riportare la tesi di Eugenio Garin sulla pronfonda differrenza tra Rinascenza carolingia e Umansimo. Lo Pseudo Isidoro infatti si pone in un contesto culturale in cui le arti risorgono ma quest'esperienza non deve essere confusa con un Umanesimo ante litterm. Se i medievali studiano i testi sentendosi in continuità con il passato, ricercando una cristallizzazione estrema nelle parole, l'Umanesimo, partendo dal testo scopre un metodo, il metodo filologico che segna la giusta distanza "tra loro e noi".I medievali non ricercano ciò che è stato vero ma vogliono sapere "la Verità sacra contenuta nelle parole", lo scrittore è "veicolo di verità naturali" e, a mio avviso, l'opera di falsificzione delle Pseudo Isidoro si pone in continuità con questa tesi.

Chiara Bianco